Origine e natura del brigantaggio

Categoria: storia
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sul vostro capo si riversi

il grido degli orfani, le lacrime delle vedove,

il sangue dei morti, i gemiti delle fanciulle abbandonate

per mariti, padri e fidanzati,

che questa guerra inghiottirà!

SHAKESPEARE

 

Con le parole: “Saluto il re d’Italia”, Garibaldi aveva donato al “re galantuomo” il Regno di Napoli, quello per il quale, dal vicino territorio di Gaeta, Francesco II, il Re tradito, combatteva ancora, solamente per l’ ”onore delle armi” e per il quale, più lontano, da Civitella del Tronto e dalla Cittadella di Messina, i cannoni continuavano a tuonare la loro protesta contro quella unità d’Italia che avanzava arrogantemente. I consiglieri ed i generali che il “Re Bomba” aveva lasciato al suo giovane successore, quali “collaudati e fedeli servitori”, si erano dimostrati quasi tutti traditori o codardi, la maggior parte degli ufficiali e dei sottufficiali aveva seguito il loro esempio, l’esercito sbandato s’era disperso ai quattro venti e l’intera popolazione era frastornata e smarrita. Il popolo amava il Re Francesco II ...meno di suo padre e dei precedenti sovrani o, forse, lo amava altrettanto per la sua illustre e caritatevole genitrice che fu onorata, e lo è ancora, come una santa. Il popolo, giustamente, addossava la responsabilità degli errori di governo commessi sotto di lui al suo indegno entourage e Francesco II aveva solo un rivale nel favore dei suoi sudditi: ...Garibaldi, figlio fedele, amico ed eroe del popolo italiano. Quando quest’ultimo fu messo da parte dal governo di Vittorio Emanuele ed ebbe fatto ritorno a Caprera, rivolse tutta la sua simpatia verso il giovane Re che poteva dire ancora sue solo un paio di roccaforti del Regno e che, presto, avrebbe dovuto abbandonare anche quelle.

Le province maggiormente devote alla dinastia caduta erano: Terra di Lavoro, Abruzzo Ulteriore I e II, Abruzzo Citeriore, Molise, Capitanata e Basilicata. I loro abitanti, unitamente a reparti di truppe sbandate, avevano, qua e là, tentato di ostacolare l’entrata dei piemontesi già durante l’assedio di Gaeta. Quest’ultimi erano allora comandati dal generale Cialdini, del quale il popolo napoletano prontamente disse: “Solo a pronunciarne il nome, la bocca già …sanguina.” Cialdini adottò le più spietate misure nei confronti delle insurrezioni che localmente si moltiplicavano. Già alcune settimane dopo la vittoriosa entrata dei piemontesi, mentre ancora durava l’assedio di Gaeta, egli emanò una circolare ai comandi provinciali nella quale, tra l’altro, si leggeva: “D’ora in poi, tutti quelli che oppongono resistenza saranno fucilati alla schiena come infami briganti; cosa che ho già cominciato a fare.” Come gli altri comandanti si siano dati molto da fare nell’eseguire quell’ordine, lo prova il fatto che, ancora nel 1862, quindi due anni più tardi, un colonnello di nome Fantoni, nella sua relativamente modesta zona di competenza, in meno di un mese, fece fucilare ufficialmente come “Briganti” o “complici di Briganti”, n o v e c e n t o persone, tra cui molte donne e bambini.

Il cosiddetto Brigantaggio non avrebbe mai assunto così grosse dimensioni, come accadde nel 1861 e nel 1862, se i piemontesi non avessero spinto alla disperazione, con vera e propria vandalica crudeltà, una popolazione un tempo tanto pacifica. Con le loro fucilazioni, con le loro inaudite, vergognose scene di incendi e di sangue di Pontelandolfo, Auletta, Isernia, Campobasso, Rieti, Sora, ecc. e foraggiando l’orribile sistema delle delazioni, essi accesero una delle più forti passioni dei Meridionali, il sentimento della vendetta che, nell’arco di tre anni, arrecò indescrivibile miseria a tutto il paese. Non cercarono per niente di tendere una mano conciliatrice al popolo napoletano, a quel popolo così caloroso e sensibile; fin dall’inizio, colpirono violentemente con la mano insanguinata della repressione. Ogni movimento nelle città e nei villaggi fu soffocato nel sangue e nella cenere; ...il Regno, però, ha infinite montagne e sterminati boschi e lì ebbe inizio quella lotta che per tre anni sfiancò e decimò un esercito di ottantamila uomini, quella guerra della volontà di un popolo contro un brutale ed incomprensibile principio di sopraffazione: il “Brigantaggio”!

Chi si era compromesso di fronte al nuovo governo, chi voleva sfuggire all’arruolamento in un esercito odiato, chi voleva vendicare un familiare o l’esproprio dei suoi beni da parte dei detentori del potere, prese un’arma fino ad allora tenuta nascosta e si dileguò sulle montagne, nei boschi, la sterminata patria dei “fuorilegge”. Il “Brigantaggio”, comunque, trovò un’eccellente integrazione negli ex soldati del Re che non volevano dimenticare così in fretta il passato, come avevano fatto i loro deplorevoli comandanti.

Delle bande di guerriglia già formate durante l’assedio di Gaeta, le più rilevanti furono quelle del

Colonnello de Luvara (sotto di lui il maggiore Edwin Conte di Kalkreuth, già comandante dei cavalieri imperial-regi austriaci): circa ottocento uomini (in maggioranza vecchi soldati) in Abruzzo Ulteriore II e del

Maggiore Conte de Christen (sotto di lui, diventato in seguito famoso, Luigi Alonzi Chiavone): circa seicento uomini, sulle montagne di Sora (Provincia di Terra di Lavoro).1

Quando, dopo la caduta di Gaeta, il Re emanò l’ordine di resa alla Fortezza di Civitella del Tronto ed alla Cittadella di Messina, furono anche richiamati i summenzionati ufficiali e le truppe del de Luvara si sciolsero del tutto mentre quelle di de Christen solo in parte. Le bande più famose che da queste in seguito scaturirono sono quelle di

Luigi Alonzi Chiavone (residuo delle truppe di de Christen), sulle montagne di Sora;

Giuseppe Conti, sulle montagne di Fondi (provincia di Terra di Lavoro);

Stramenga, noto come “Piccione” in Abruzzo Ulteriore II;

Domenico Coja, alias “Centrillo”, sul massiccio della Maiella (provincia del Molise);

(Francesco) Basile nella zona di Campobasso, (provincia del Molise);

*Cipriano dalla Gala (abitualmente chiamato “Cipriano”), nei dintorni di Capua;

*Crocco-Donatelli, in Basilicata;

Coppa (in parte a cavallo) nello stesso luogo;

Ninco-Nanco (a cavallo) nella Capitanata;

*Caruso (a cavallo) idem;

*Pilone sul Vesuvio.2

Le truppe organizzate in senso rigorosamente militare e comandate solo da ufficiali stranieri erano quelle del:

Maggiore Langlais in Basilicata (sciolte alla fine del 1861);

Generale Raphael Tristany nella regione di Pastena (a sud di Terra di Lavoro);

Maggiore Ludwig Richard Zimmermann, detto “Luigi Riccardo”, nel territorio di Roveto e del Lago di Fucino (provincia di Abruzzo Ulteriore II).

E’, inoltre, da menzionare, in Basilicata, l’intraprendente ed ardimentoso manipolo di ventidue ufficiali spagnoli del Generale Giuseppe Borges di cui, come della maggior parte delle succitate truppe, in queste “Memorie” viene riportato più dettagliatamente.

Le bande sopra nominate, come generalmente quasi tutte quelle del Regno avevano, originariamente, solo lo scopo di combattere la nuova dominazione. Successivamente, però, interferirono interessi privati e la “Santa Causa” fu indebitamente strumentalizzata da qualche farabutto come copertura a più ignobili fini. Come in tutte le guerre civili, anche in questa, andando avanti, quanto più il nuovo governo procedeva con esempi di disumanità, tanto più dilagava la demoralizzazione. Qualche capobanda del luogo, che aveva iniziato la lotta con sincera convinzione, degradò lentamente al ruolo di vero brigante, divenendo un temibile flagello per quel popolo presso il quale, fino ad allora, aveva trovato il più sicuro sostegno. Oggi, dopo una lotta lunga e furibonda, il significato di “Brigantaggio” non è più quello originario. Quegli audaci, onesti partigiani che un tempo mantennero -armi alla mano- la sovranità sulle montagne o nei boschi e nei quali la popolazione scorgeva gli amici più fidati, quei “Briganti” sono caduti combattendo o, perdendo ogni speranza di vittoria, hanno abbandonato il campo di battaglia; sono rimasti solo i veri briganti, quegli infami malfattori che scappano davanti a chi è armato per andare da un’altra parte a rapinare e ad uccidere gli inermi. Questi autentici banditi vagano ora in quei territori dove una volta venivano inesorabilmente puntati ed inseguiti dai cosiddetti Briganti. Mai, prima d’oggi, questa sorta di banditismo aveva raggiunto un grado così alto nel Regno di Napoli, così come ora, dopo che la guerra di parte è finita da molto. E, per giungere a questo scopo, il governo italiano ha devastato, da solo, nei primi nove mesi dell’anno 1861, quattordici villaggi, centinaia di fattorie e versato il sangue di ventimila uomini. Tipico della gestione piemontese è il fatto che il resoconto della “Commissione per il Brigantaggio” -istituita a suo tempo per accertarne le cause e per adottare misure contro di esso- è stato tenuto segreto fino al giorno d’oggi da quel governo irresoluto. Quella relazione avrebbe potuto spiegare bene e meglio al mondo, che non era nessuna “forma di banditismo” quella che il governo italiano, impiegando tutte le forze di una grande potenza, aveva combattuto per anni.

Le autorità italiane, ad ogni buon conto, trovarono molto più comodo combattere un pericoloso avversario non solo con armi vere, ma anche screditandolo con la diffamazione. A tale scopo disponevano di molti mezzi che mancavano alla parte avversa. I comandi militari ed un esercito di giornalisti prezzolati inondarono il mondo di terribili resoconti sulle scelleratezze dei “Briganti”. Mondo che doveva assolutamente credere che quei ventimila morti ammazzati e quelle migliaia di prigionieri fossero state tutte delle “creature mostruose”.3

Ci si comportò con questi Briganti proprio come con quei “Brigands”, che i francesi già avevano trovato a Napoli alla fine del secolo scorso, nel 1808 in Spagna, nel 1809 in Tirolo e, in tempi più recenti, in Algeria ed in Messico. Erano altrettante “orde di masnadieri” come quelli che il governo russo definì tali in Polonia e nel Caucaso e che trucidò in massa. La storia constaterà, in futuro, che tutti quei combattenti avevano il naturale diritto di opporsi a dei principi a loro estranei che venivano imposti con brutale violenza.

Chi vuol trovare un punto luminoso nella torbida e sporca storia della fine del Regno di Napoli, non può cercarlo nei vergognosi combattimenti dell’esercito regolare, ma deve volgere lo sguardo nelle foreste, sui monti della Maiella, della Meta, del Gargano e degli Abruzzi; là troverà ovunque tracce di sangue di fedeli e tenaci combattenti che abbandonarono i loro cari ed i loro paesi con l’arma in mano e la certezza nel cuore di vivere liberamente sotto il libero cielo di Dio, o di morire. Essi non erano “banditi”, non avevano niente in comune con le azioni criminali di solitari reietti e non volevano neppure saperne di quella abbacinante, nobile gentaglia che, con la sua “incrollabile fede e lealtà”, aveva seguito il Re tradito fin nell’esilio di Roma. Là, su quelle montagne ed in quei boschi, il popolo gli racconterà come il suo amore e la sua speranza era con quei “Briganti” che costarono ai piemontesi più pallottole dei talleri di Salzano, di Landi, di Lanza4 e di altri marescialli reali napoletani.

I Briganti non avevano giornali a loro disposizione; con le loro brave scoppette,5 essi riuscirono, per anni, a tener lontano da sé le decine di migliaia di soldati del re galantuomo, ma non i suoi scribacchini. Contrastare le innumerevoli bugie e le calunnie di quei pennivendoli è uno degli scopi primari di questo libro.

 

 

 

 

FUCILATI ALLA SCHIENA

 

“Qui Tu devi morire ignominiosamente

quale Brigante senza onore”

(Canto funebre dei Briganti)

 

Il mattino del 12 settembre un cupo silenzio regnava nell’accampamento di Monte Favone. Avevamo appena ricevuto la notizia che, quella stessa mattinata, nella piazza principale di Sora, sarebbero stati fucilati i quattro contadini che Gregorio aveva denunciato…

Erano circa le dieci; al di là del passo tra Monte Madonna di Rosa e Monte delle Scalelle il nostro avamposto N°2 si era appena scontrato con una pattuglia piemontese ed il rumore degli spari aveva stanato cinque o sei avvoltoi appollaiati sul cadavere della spia, poco lontano da lì. Alzandosi con acuti e selvaggi stridii e tracciando degli ampi cerchi su di noi, sembravano pronti a voler riprendere ad ogni momento il pasto interrotto o di assicurarsene uno nuovo che gli uomini, che laggiù si sparavano, avrebbero fornito.

Mi sentivo tutto strano pensando a ciò che quegli avidi esseri avevano appena mangiato e che adesso digerivano così in alto! Come poteva accadere facilmente e presto che quegli stessi buongustai banchettassero sulla mia povera carcassa!

Di fronte, nel frattempo, erano cessati i tiri isolati ed i piemontesi cominciarono subito a scendere verso Sora lungo il ripido Monte Votarella. Avevano voluto solamente vederci un po’e salutarci, come, d’allora in poi, accadde quasi ogni giorno.

Più vicino, sempre più vicino, gli avvoltoi tracciavano ora i loro cerchi intorno alla vetta di Madonna di Rosa ed, alla fine, calarono velocemente in picchiata per portare rapidamente a termine il banchetto interrotto.

In folti gruppi, stavamo in trepidante attesa, sul versante sud-occidentale di Monte Favone a fissare lo sguardo in basso, sulla città, dove in quel momento quattro fedeli amici venivano portati a morire.

Quanto più a lungo guardavo in basso, tanto più sconvolgente mi afferrava questo pensiero: “Là scorre il sangue di uomini che, per servire il proprio i d e a l e, senza ambizione alcuna e senza nessuna speranza di profitto, hanno puntato tutto su quanto a loro era di più caro e di più prezioso!”

Con mano tremante, puntai il cannocchiale sulla città amica ai piedi di Monte Sant’Angelo. Sulla piazza grande, numerosi, si accalcavano gli abitanti e là, come in ogni strada, luccicavano le baionette delle truppe d’occupazione che s’erano messe in marcia.

Improvvisamente una forte commozione attraversò la folla e, subito dopo, vidi scintillare le armi di un cospicuo numero di soldati in mezzo ai quali, probabilmente, si trovavano i condannati, che sfilavano sulla piazza centrale. In quel momento, mi trafisse profondamente il cuore l’idea che quegli infelici speravano ancora in una nostra sortita e pensavano: “I fratelli, per i quali tutto abbiamo osato, tenteranno di salvarci! …Essi metteranno a repentaglio la propria vita per noi, come noi abbiamo fatto per loro!”

O, quante volte dovevamo ancora udire il grido di morte dei nostri fratelli ammazzati nelle valli, risuonare sulle nostre montagne, senza poterli nemmeno vendicare!…

In quell’istante, si levò un suono cupo; sulla città s’alzò una piccola nube grigia che risaliva, allargandosi ed assottigliandosi, verso la magnifica, azzurra serenità del cielo: …il “Brigantaggio” s’impoveriva di quattro fedelissimi, …al “sistema di pacificazione” del governo italiano s’aggiungevano altre quattro macchie di sangue…

Potrebbe essere interessante per i lettori apprendere maggiori particolari sull’esecuzione capitale di quei quattro “complici del Brigantaggio”, tanto più che, in quell’occasione, fu applicato dai piemontesi un tipico sistema di fucilazione molto comune.

Il giorno precedente, a Sora e dintorni, era già stata resa nota l’ordinanza affinché i presenti all’esecuzione fossero quanti più possibile.

I piemontesi amavano ammazzare i loro avversari in pompa magna e credevano che la teoria dell’intimidazione fosse la migliore.

Alcune ore prima dell’esecuzione furono raddoppiati, se non triplicati, tutti i posti di guardia e ben dodici pattuglie vennero mandate alle pendici delle Montagne di Sora.

Verso le dieci cominciarono a rullare alcuni tamburi davanti alla prigione e comparvero i condannati, a capo scoperto, con le mani legate davanti ed accompagnati da un religioso.

Quando gli infelici giunsero sul luogo del supplizio, i loro sguardi vagarono come se cercassero tra la schiere dei loro compaesani; desideravano, probabilmente temevano, di vedervi parenti ed amici e –cosa più spiacevole- di perdere all’ultimo la forza.

Tuttavia andavano cercando i loro cari, inutilmente; …essi erano stati incarcerati, per motivi di prudenza, già da molti giorni.

Dieci compagnie del 43° reggimento avevano occupato la piazza e, accanto a due pesanti pezzi di artiglieria da montagna, c’erano dei cannonieri con la miccia già accesa.

Sul lato aperto del quadrato dell’esecuzione, a distanza di tre passi l’una dall’altra, si trovavano quattro sedie di legno dove si portarono i prigionieri dopo che ebbero pregato insieme col sacerdote. Furono fatti sedere a cavalcioni e li si legò saldamente alla seggiola.

Il plotone d’esecuzione si fermò alle spalle dei delinquenti perché ”i n t a l m o d o s i d i m o s t r a c h e i l B r i g a n t e h a v i s s u t o s e n z a o n o r e e m e r i t a d i m o r i r e i g n o m i n i o s a m e n t e” …come è scritto nelle circolari di Cialdini.

In silenzio ed immobile, la rabbia e il dolore nello sguardo, il popolo stava a guardare tutti quei preparativi. Quanti di loro aveva già visto dire addio e …quanti ancora avrebbero dovuto seguire quei quattro sventurati!

Ad ogni sedia si avvicinarono quattro uomini, con i fucili già pronti …il comandante del plotone sollevò in silenzio la spada… esplosero sedici colpi e, da uno di quegli scanni di morte, rimbalzò un breve ed intenso grido di dolore che trovò cento volte eco tra la folla; tre dei giustiziati, con le schiene perforate ed i crani fracassati, rimasero immobili, inclinati sulle loro sedie; il quarto, però, un giovane dal fisico erculeo, era più duro e, sebbene anch’egli colpito a morte, nel violento, supremo spasimo aveva spezzato i suoi legacci: era saltato in alto e poi, sussultando, era ricaduto. Sollecito, si fece avanti un sottufficiale ed inferse al moribondo l’usuale “colpo di grazia” dietro l’orecchio.

Per un po’ di tempo i quattro corpi rimasero là, in quella posizione; poi furono gettati su un carretto e sotterrati lontano, fuori città in un punto nascosto della Valle di Roveto. Nessuna croce, nessuna lapide indica il luogo in cui marciscono quattro cuori leali e coraggiosi. I piemontesi hanno, forse, già da tempo dimenticato quel posto, ma il popolo se lo ricorda e lo tiene in gran considerazione.

Due volte, nell’oscurità della notte, passai là davanti nel corso di quell’anno e di quello successivo: la prima volta, vi feci rotolare sopra, dai miei uomini, un grosso masso di pietra che la seconda volta non trovai più.

Tutte e due le volte dovevo attraversare il Liri che, in quel punto, molto pericolosamente, s’infrange sulle rocce con particolare intensità ed entrambe le volte mi feci coraggio pensando a quelle quattro anime semplici che avevano osato molto più di me.

Quella sera, per la prima volta, ascoltai il “Canto di morte dei Briganti”, una melodia profonda, in cui riecheggia il linguaggio solenne della sfida alla morte, l’urlo selvaggio della vendetta ed il dolce suono dell’amor di Patria.

Il più bravo cantore della truppa era quel tale Giacomo Angelone che, due giorni prima nel bosco di San Silvestro, si era distinto in maniera così strana. Da tre settimane Giacomo era venuto da noi, dai boschi della Maiella, dopo che aveva perso padre e fratello in combattimento contro i piemontesi. Quel giorno il ricordo della mala sorte della sua famiglia doveva essere particolarmente vivo in lui poiché, invece dei soliti motivi allegri, intonò con demoniaco e feroce trasporto il ”Canto di morte dei Briganti” che riporto qui di seguito, liberamente adattato:

 

Lo portano legato

sull’orlo della fossa:

“Qui morir devi ignominiosamente

quale Brigante senza onore!”

 

“E se devo morir con ignominia

vi colga solo infamia;

con orgoglio e con coraggio

passo a miglior vita!

 

Rido alla faccia vostra di carnefici,

piena di boria e di scherno per chi muore;

i miei occhi guardano i monti,

dove a voi spesso son sfuggito!

 

Saluto tutti i luoghi

dove un tempo, libero, dimorai;

benedico ogni pallottola

che nel cuor v’ha sibilato!

 

Io benedico te, Terra,

che presto mi abbraccerai

Tu, terra della Patria mia

di tanto sangue così imbevuta!

 

Addio, popolo dei dolori,

per il quale con tanta fede lottai;

il mio cuore porterà con sé l’amore

per Te anche nella tomba!”

 

...Quattro colpi smorzati,

con la mano insanguinata saluta

ancora una volta i suoi monti,

mentre muore, il Brigante!

 

Chi legge questo canto nella tranquillità e nella quiete della sua dimora, non potrà sicuramente comprendere l’effetto che le sue indomite parole e la sua turbinosa melodia sortivano sulle centinaia di “banditi” tra i quali, tanti, dovevano vendicare sul mortale nemico il sangue d’un familiare e tra cui qualcuno, forse, il giorno dopo, era già destinato... “a morire ignominiosamente come Brigante senza onore”.

Quando Giacomo ebbe cantato con particolare intensità la quarta strofe, circa cento figli di Terra di Lavoro si accalcarono sul ciglio della roccia, stesero le mani giù, verso le valli buie, dove stavano le loro case avite devastate, dove erano morti i loro padri, i loro fratelli o i loro figli e quell’agghiacciante coro risuonò nella notte come un giuramento di vendetta: “Benedico ogni pallottola che nel cuore v’ha sibilato!” In quel momento il vento mugghiò attraverso le folte chiome dei faggi centenari, mentre il gufo si lamentava. Nessun canto mi ha mai commosso di più.

 

 

1 Queste truppe difesero vittoriosamente, all’inizio del 1861, la borgata montana romana di Bauco, [oggi Boville Ernica N.d.T.] contro un’intera brigata piemontese che, uscita da Sora, si era spinta fino ai confini.

 

2 Sono indicati con *, i nomi di coloro che, in seguito, divennero più o meno dei veri banditi.

3 Secondo alcuni documenti ufficiali nei primi nove mesi dell’anno 1861 furono uccisi: 19.572 “Briganti” e loro “complici”, di cui 10.604 in battaglia, 1.841 fucilati sul posto senza processo e 7.127 altrettanto fucilati poche ore dopo la cattura. Nello stesso periodo furono incarcerate, come sospette, 13.629 persone.

4 Generali borbonici che vendettero la loro Patria, il loro Re ed il loro onore (se mai ne ebbero) ai piemontesi. (N.d.T.)

5 Definizione generica di fucile (= schioppo) in dialetto napoletano. (N.d.T.)

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