Introduzione

Pensando ad una entità da salvaguardare e valorizzare, il Gruppo di ricerche storiche dell’Associazione Culturale “La Vetta” ha avuto l’idea di creare una prima raccolta di notizie e reperti sul patrimonio storico, artistico e paesaggistico del territorio montano di Veroli, con la vasta area che si estende dai confini con Sora e quelli di Alatri, identificabile nella frazione di Santa Francesca.

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Acquedotto romano

Leggi tutto: Acquedotto romanoAd un anno dalla prematura scomparsa dell’amico Eugenio Beranger, ci accingiamo a ricordarlo, sagra dopo sagra, attraverso la pubblicazione degli articoli che erano in fase di realizzazione, contenenti ricerche e studi condotti nel territorio di Santa Francesca. Il presente argomento è riferito alle testimonianze riconducibili al periodo della Repubblica romana, collocabile al quarto­secondo secolo avanti Cristo. Questo articolo trae origine da una bozza scritta più di dieci anni fa con Eugenio. Dovendola perfezionare per pubblicarla nell’opuscolo della 52^ Sagra della Crespella, consapevole di non avere una preparazione specialistica del periodo storico trattato, mi sono limitato a completare la parte descrittiva del territorio e dei ritrovamenti. Eugenio pensava di scrivere gli approfondimenti con la dovuta calma al momento opportuno, purtroppo il suo contributo è riconducibile alla fase iniziale del ritrovamento, relativo all’analisi dei reperti di superficie e dell’inquadramento storico.

 

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Un’ascia di bronzo rinvenuta a Monte Castello in Veroli

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Siamo particolarmente felici di rendere noto un significativo ritrovamento archeologico, avvenuto a novembre del 2010 durante una ricerca di superficie condotta da Achille Lamesi sul Monte Castello (oggi più noto come La Croce), località della frazione di Santa Francesca di Veroli (FR). Si tratta di un’ascia di bronzo con margini fortemente rialzati, tallone diritto non distinto dal resto caratterizzato da un incavo appena annunciato con piccolo occhiello. Essa è alta cm 11,8, larga nel tallone cm 5, e all’occhiello cm 2, pesa gr 198 e la sua lama si caratterizza per i margini alquanto concavi.

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Acquedetto romano

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Dalla piazza Celestino Frasca della frazione di Santa Francesca di Veroli (FR), si procede in direzione della contrada Colle Grosso o meglio di Case Primi. Superato l’abitato troviamo il fosso della valle di S. Eremo, nome che deriva da Erasmo, per l’antica esistenza dell’eremo di S. Erasmo, con l’omonima sorgente posta a circa cento metri più in alto del percorso e da dove inizia l’acquedotto romano. Poco più avanti si giunge al borgo di Case Fuglippitto, dove si diparte una strada sterrata costeggiata sul lato sinistro da un muro a secco alto circa un metro e mezzo.

Nel lato scosceso che guarda a valle, a pochi passi sono visibili i primi tratti dell’acquedotto, che dopo un centinaio di metri si rende più evidente.

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Testimonianze della processione di S.Giacomo

Leggi tutto: Testimonianze della processione di S.GiacomoSituata sul monte Motola, a 1059 metri dal livello del mare, la piccola chiesa di S.Giacomo, domina un paesaggio brullo e irregolare. Costruita nel 1615 da Giovanni Fiorini, di famiglia molto religiosa e apprezzata dalla popolazione verolana, per il forte legame con la sua terra. Pietro, Angelo e Padovano Fiorini, infatti, rispettivamente padre e zii di Giovanni, in segno di devozione a Santa Maria Salome, patrona della città di Veroli, di cui non solo la famiglia Fiorini, ma l’intera popolazione è ancora oggi molto devota, costruirono nel 1558 una piccola cappella, all’interno della chiesa di S. Leucio, dedicata alla Santa, come ringraziamento per aver allontanato da Veroli le insidie del generale spagnolo Don Garcia.

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La Torre

Leggi tutto: La TorreIntorno all’anno 950 il Papa Giovanni XIII fu pesantemente condizionato dalla presenza di potenti famiglie nobili romane che erano in lotta tra loro per la supremazia sull’intera regione.>Egli preferì non contrastarli favorendo il consolidarsi della nobiltà provinciale. Crebbe così in prestigio e in potenza, la famiglia detta dei Roffredi di Veroli che ben presto si inserì nella lotta tra varie fazioni di Roma schierandosi a fianco di altre famiglie nobili.

Appartenente alla gerarchia militare pontificia essa fu investita del titolo di duca e console che tenne per quasi un secolo e mezzo fino a che si estinse nell’XI secolo.

Nello stesso periodo poi, si verificarono gravi avvenimenti dovuti all’invasione dei Saraceni che dal meridione si erano spinti quasi fino a Roma. Sappiamo quanto terrore seminarono tra le popolazioni con cui venivano a contatto e quanto danno arrecarono, motivi per cui tutti si rifugiavano nei posti protetti da mura altissime e torri. Esse venivano erette come avvistamento dei nemici e nella maggior parte dei casi inglobate in un complesso edilizio.

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Gli zuavi pontefici

Leggi tutto: Gli zuavi pontefici Oggi generalmente si associa la parola zuavo ai caratteristici pantaloni ampi e stretti sotto il ginocchio, a cui la moda degli anni sessanta si ispirò, ma la sua origine è più antica.

Il termine zuavo nasce dalla parola berbera “zwa-wa”, nome di una tribù berbera Calibi, degli “Igauaun”, abitanti della Cabila (Algeria), al quale nel 1830 i francesi trassero gli uomini per costituire una milizia indigena. Solo nel 1837 furono integrati definitivamente nell’esercito francese, costituendo alcune compagnie che furono dette Zuavi.

Con lo stesso nome nel 1860 lo Stato Pontificio costituì il corpo speciale degli zuavi pontifici, comandati dal Ten. Col. Anthanase de Charette, molti di loro erano di nazionalità franco-belga, ma non mancarono spagnoli ed ex ufficiali borbonici. Come i colleghi francesi avevano in dotazione l’uniforme composta da un copricapo chiamato kepì, la giacca corta in vita e il classico pantalone stretto in vita e largo alle ginocchia. Il colore della divisa era, per i pontifici turchese con fregi rossi sulla giacca, mentre quella degli zuavi francesi era nera la giacca e bianco il pantalone.

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Le colonette

Leggi tutto: Le colonetteSanta Francesca rappresentava l’ultimo lembo di terra dello Stato Pontificio prima del confine con il Regno delle Due Sicilie. A testimonianza rimangono colonnette e cippi tavolati che rappresentano i termini di confine fra i due Stati preunitari.

Per gestire le risorse del territorio, per i terreni, per il legname, per i pascoli, per le erbe, per i raccolti e il commercio delle merci, si rese necessario stabilire una linea di confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Una vera linea di confine, in realtà non era ben tracciata sul territorio, anche sé esistevano dei cippi di confine tra comuni. Vi erano tanti piccoli tratti per altro mai definitivi, perché stabiliti da controversie locali.

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La frontiera e i briganti

Leggi tutto: La frontiera e i brigantiSanta Francesca rappresentava l’ultimo lembo di terra dello Stato Pontificio, prima del confine con il Regno delle Due Sicilie. A testimonianza rimangono colonnette e cippi, che rappresentano i termini di confine fra i due Stati preunitari. Lungo le alture e i valichi del confine, erano dislocati avamposti papalini, che dipendevano da una gendarmeria, sede anche della dogana, sita a S. Francesca. Essi ospitavano militi di confine con compiti di controllo militare e all’occorrenza controllo doganale sulle merci. 

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Francesco Francesconi

Leggi tutto: Francesco FrancesconiIl cosiddetto “brigante di Casamari” è un certo Francesco Francesconi, che all’inizio del 1900 faceva il “guardiano” dei monaci di Casamari per la grancia di loro proprietà, chiamata Antera. Egli era nato nel 1841 da Antonio, detto “Polentone” o “Fagiolo”, e da una certa Concetta, donna bella e di facili costumi, la quale lo abbandonò alle cure della balia Teresa Lombardo.

In giovinezza, aveva militato dapprima nell’esercito borbonico, quindi si era arruolato con la banda di Chiavone. Per divenire, alla morte di questi, squadrigliere papalino in forza alla gendarmeria di Santa Francesca. Temperamento originale, battagliero e amante dell’avventura, ma forse anche spinto da necessità di sopravvivenza, partecipò a numerose imprese militari, tra cui la battaglia di Calatafimi e la difesa di Roma nel settembre del 1870, come soldato del papa. Arrestato nel 1873 per aver ferito con una pugnalata una guardia nazionale a Sora, fu condannato a dieci anni di reclusione nel carcere di Pianosa. Ne uscì nel 1884. Finì i suoi giorni facendo il guardiano dei monaci di Casamari nella loro proprietà dell’Antera. Sposò Oliva Martellacci da cui ebbe cinque figli, tre maschi e due femmine, il primo di nome Pio.

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