Acquedetto romano

Categoria: storia
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Dalla piazza Celestino Frasca della frazione di Santa Francesca di Veroli (FR), si procede in direzione della contrada Colle Grosso o meglio di Case Primi. Superato l’abitato troviamo il fosso della valle di S. Eremo, nome che deriva da Erasmo, per l’antica esistenza dell’eremo di S. Erasmo, con l’omonima sorgente posta a circa cento metri più in alto del percorso e da dove inizia l’acquedotto romano. Poco più avanti si giunge al borgo di Case Fuglippitto, dove si diparte una strada sterrata costeggiata sul lato sinistro da un muro a secco alto circa un metro e mezzo.

Nel lato scosceso che guarda a valle, a pochi passi sono visibili i primi tratti dell’acquedotto, che dopo un centinaio di metri si rende più evidente.

Essi si susseguono per circa un chilometro fino ad incontrare una curva a gomito. Da questo punto l’acquedotto si inoltra in un boschetto, superato il quale si dirige alla volta della Casetta Fiorini, dove attraversa una costruzione rurale e la strada sterrata che sale da Case Fiorini. A cinquanta metri un grosso masso posto a ridosso di una recinzione, ne reca i segni molto evidenti. Superata la recinzione si scorge un ultima roccia tagliata, e a circa duecento metri, seguendo l’altimetria del terreno o le curve di livello, si arriva nella zona detta la Chiusa, dove siamo in presenza dei ruderi di una villa rustica di età tardo repubblicana. Essi si caratterizzano per brevi tratti di mura in opera reticolata e piccoli brani di pavimentazione in opus spicatum realizzata in laterizio. I tratti di acquedotto scavati nella roccia presentano un incavatura, di forma rettangolare dove scorreva l’acqua, che misura circa 25 centimetri di profondità e circa 20 di larghezza. Il circa sta a significare che c’è una variazione durante il percorso, probabilmente legata ad una funzionalità della spinta idrica. Al disopra un secondo taglio largo circa 40 centimetri, il circa è sempre per la medesima ragione, dove probabilmente erano collocate delle lastre di pietra a modo di coperchio, con la funzione di impedire che detriti o materiali organici potessero sporcare l’acqua. Una risposta completa ai tanti quesiti, sul chi, come, quando e perché, non è ancora possibile avere, pertanto sono ancora in corso studi di ricerca. Per avere un idea si potrebbe paragonare questo manufatto, alla porzione di superficie dell’acquedotto romano di Atina (FR).

Anche se la tecnica è somigliante, si distinguono sia per la notevole differenza nella dimensione, ed anche per la mancanza di diramazioni, in quanto ad Atina alimentava una città, mentre qui solo una villa. Un altro esempio di quesito, è capire come era realizzata la connessione tra i tanti tratti mancanti e privi di roccia. Altresì, ci si chiede come veniva accumulata e gestita l’acqua una volta giunta alla villa, ed anche che fine faceva, nel probabile senso che potesse proseguire verso altre testimonianze. In merito al ritrovamento, va detto che il sottoscritto con l’amico Pietro De Gasperi eravamo da tempo, impegnati in una ricerca sul territorio delle testimonianze romane collegate al sito di Case Branca. Come sempre facevamo, prima di passare sul campo, andavamo ad intervistare persone anziane del posto, che da giovani erano dediti ai lavori dei campi, per chiedere se quando aravano i terreni avessero rinvenuto delle testimonianze. Una di queste interviste, datata luglio 2001, fatta al Signor Achille Rossi, tornato dal Venezuela per una visita ai parenti ed amici, si rivelò attendibile. Ci raccontò che da ragazzo aveva visto delle rocce tagliate e di fondamenta coperte di terra dove spesso l’aratro trainato dai buoi si bloccava ed uscivano delle grosse pietre. Indicatoci il posto, inizialmente non fu facile il ritrovamento a causa dei sedimenti accumulati dopo tanti anni e della vegetazione cresciuta abbondante sui ruderi. Dopo alcuni mesi di sopralluoghi ci fu il rinvenimento di un paio di tratti. Successivamente con tutto il gruppo di ricerche dell’Associazione “La Vetta”, seguendo le curve di livello nelle due direzioni, fu possibile completare l’intero percorso dalla sorgente alla villa e di quest’ultima fu possibile ritrovare i basamenti e i pavimenti, appena affioranti dal terreno e ricoperti di erba. La costante ricerca, certosina e metodica, eseguita nel territorio compreso tra le località Colle Grosso, S.Francesca e Case Branca si è rivelata ricca di testimonianze, anche di probabile epoca più antica, che meriterebbero di essere valorizzate.

Dr. Achille Lamesi

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