Saluto all'emigrante

Categoria: Ciociari nel mondo
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La Sagra della Crespella, organizzata per la ricorrenza di Santa Francesca Romana, è una manifestazione folkloristica che motivando le persone a conservare e valorizzare le tradizioni, ha consentito di salvare molti oggetti e attrezzi del passato che oggi rappresentano veri pezzi da Museo.

In questo giorno si torna con orgoglio ad indossare i tipici abiti ciociari dai variegati colori e dalle vezzose rifiniture. Si mantiene viva la tradizione per la musica folk e, durante la manifestazione, gli organetti, ininterrottamente, si sfidano con maestria a suon di note di ballarella, accompagnati da canti popolari in stretto vernacolo verulano.

 

La Sagra ha anche un sapore e un profumo racchiusi nelle squisite crespelle che le nostre donne creano con grande passione per soddisfare il palato dei tanti turisti convenuti a Santa Francesca a conferma della tradizionale ospitalità della nostra Terra.

La manifestazione in questione è, soprattutto, un appuntamento per ritrovarsi fra vecchi amici ma anche il momento del ricordo quando il pensiero va alle persone lontane che vorremmo presenti per condividere con noi la gioia della festa.

In questi ultimi anni il Comitato Parrocchiale e le Associazioni si sono impegnati nel ravvivare il rapporto di amicizia che ci lega ai tanti connazionali che vivono all’estero e che rappresentano, con successo, il genio e la creatività degli Italiani. Partendo da questi presupposti l’edizione di quest’anno è dedicata a tutti i nostri amici e parenti che vivono lontano dalla nostra Patria ed ai quali va un sincero abbraccio da parte di tutta la Comunità di Santa Francesca. Se oggi, infatti, siamo qui a festeggiare lo dobbiamo anche a loro che, coraggiosamente, hanno saputo affrontare un percorso di vita tutto in salita.

Consultando un articolo di Georges Goyau (1869-1939) dal titolo “Povertà ed Emigrazione nel Sud” riedito in Viaggiatori stranieri nel Sud, a cura di A. Mozzillo, Milano 1982, emerge che dal 1876, anno della prima rivelazione statistica del fenomeno, fino al 1985 oltre 26 milioni di italiani lasciarono la Patria per emigrare verso tutti i Continenti.

Il flusso di cittadini italiani espatriati in cerca di lavoro raggiunge la punta massima tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e la prima Guerra mondiale ed ebbe come principale destinazione gli Stati Uniti e l’America Latina. La popolazione del Meridione d’Italia fu quella che, in maniera determinante, contribuì ad ingrossare le fila di questo esodo. Le condizioni economiche e sociali delle popolazioni del Centro-Sud erano di estrema miseria e, soprattutto, senza alcuna speranza di miglioramento; esse erano determinate sia da secolari motivazioni sia da alcuni sciagurati provvedimenti presi dai primi Governi post unitari quali la tassa sul macinato e la leva obbligatoria e, più in generale, da una politica economica di tipo meno protezionistico e più aperta alla crudele legge del mercato.

 

Nonostante lo sviluppo economico degli ultimi trent’anni, ancora sono tangibili i grandi problemi strutturali irrisolti del nostro Paese che si trascinano dall’Unità d’Italia e che vanno sotto il nome di “Questione Meridionale”.

Cedendo al miraggio di un’esistenza migliore, contando soltanto sulle proprie forze fisica e sull’ostinato desiderio di voler abbandonare una vita che, spesso, non aveva nulla di umano, dapprima, individui isolati, confluiti in gruppi nei quali si riconoscevano elementi di più paesi limitrofi, partirono a guisa di esploratori. Poi, col crescere della miseria, cominciò la partenza di famiglie intere verso il sogno americano.

Anno dopo anno ai porti d’imbarco (Genova, Napoli e Palermo ai quali, dopo il 1918, si aggiunse anche Trieste) si osservò un sempre più accentuato incremento delle partenze dei nuclei famigliari mentre quelle individuali si andavano rarefacendosi. Le condizioni di viaggio erano al limite della dignità umana e, dopo lo sbarco, per sopravvivere, facilmente si cadeva nelle mani di loschi individui che, fingendosi agenti procacciatori di lavoro, si impossessavano senza alcun scrupolo dei pochi risparmi che erano rimasti, dopo l’oneroso acquisto dei biglietti della nave, agli emigranti.

Questi imbroglioni, più noti come “Barnums”, si resero protagonisti di abusi così mostruosi e gratuiti che un senatore americano volle tagliar corto alla loro industria criminosa, conosciuta sotto il nome di “Sistema dei Padroni”, presentando un “bill” che perseguiva lo sfruttamento dei bambini con la prigione sino a cinque anni e con un’ammenda fino a 5.000 dollari. Nello stesso provvedimento, proprio per stroncare definitivamente la pratica delle false promesse di lavoro con le quali certi sensali disonesti lusingavano gli emigranti per estorcere loro denari, si prevedeva, per ogni responsabile di una promessa riconosciuta poi falsa, la condanna a dieci anni di prigione ed un’ammenda pari a 10.000 dollari.

<Che facevate in Italia?>

<Il contadino>

<Quanto guadagnavate al giorno?>

<Dieci soldi e il cibo>

<Il cibo era sufficiente per voi e per la vostra famiglia?>

<No, il cibo era solo per me, i dieci soldi servivano a far vivere la famiglia>

<Naturalmente l’alloggio era gratuito?>

<No dovevamo pensarci a mie spese>

<Quando vi siete imbarcato avevate denaro?>

<Nemmeno un soldo>

<Possedete almeno qualche oggetto di valore?>

<Non posseggo nulla>.

Questo triste dialogo è estratto da un lavoro di William A. Chandler, senatore degli Stati Uniti, e ripropone esattamente l’interrogatorio al quale fu sottoposto dalle autorità americane un emigrante italiano.

Qualche giorno fa, l’amico Enzo Quattrociocchi, al ritorno dal Canada dove si era recato per una visita ad amici e parenti, mi ha recapitato il libro di Marino Toppan dal titolo La Voce del Lavoro. Una vita dedicata all’edilizia di Toronto, stampato a cura dell’Amministrazione Provinciale di Pordenone, ed inviatomi dal caro Franco Fiorini.

Nel leggerlo ho compreso perché i nostri connazionali siano fortemente legati alla propria Terra d’origine (in questo caso il Friuli regione, per tradizione, fortemente interessata al fenomeno migratorio).

Ritengo oltremodo significativo riprendere alcuni concetti espressi nell’introduzione al volume a firma di Angelo Principe.

Marino Toppan, che ha contribuito a molti cambiamenti sociali in Canada, giunse a Toronto nel 1955 dopo dodici giorni di nave e due giorni e tre notti di treno da Halifax, il primo lembo di terra canadese toccato dai nostri connazionali. Egli, al pari di tante altre persone, aveva lasciato alle spalle la triste realtà dell’Italia del dopoguerra cercando nel nuovo Paese il lavoro che gli avesse consentito di mantenere dignitosamente la famiglia ed, eventualmente, con il restante di contribuire alla crescita economica e sociale dei restanti membri del nucleo familiare rimasti in Patria.

Esse trovano, invece, a Toronto condizioni di vita e di lavoro durissime. Infatti le paghe sono minime, di sicurezza del posto di lavoro nemmeno a parlarne, gli incidenti nei cantieri, all’ordine del giorno, culminano nell’episodio tragicamente famoso di Hogg’s Hollow in cui cinque lavoratori italiani persero la vita. Come spesso accade, anche in questo caso, solo una tragedia di grandi dimensioni contribuì a portare alla luce ed a far conoscere all’opinione pubblica un problema ben noto tra i lavoratori: l’abuso di autorità dei padroni e la costante paura dei primi, qualora avessero rivendicato i loro diritti, di perdere il posto di lavoro.

In questo clima di alta tensione sociale muove i primi passi il movimento sindacale che organizza i lavoratori in manifestazioni e scioperi come quelli del 1960 e 1961. Le dimensioni e la violenza di questi scioperi indicano chiaramente il malessere e il malcontento che si erano, ormai da anni, accumulati tra gli immigrati. I datori di lavoro ne presero atto e, tra le minacce di deportazioni fatte dal Ministero dell’Immigrazione e gli arresti indiscriminati degli scioperanti da parte delle Forze dell’Ordine, cominciò, sia pur lentamente, a prendere forma un’opinione pubblica favorevole agli emigrati che consentì agli organizzatori sindacali di ottenere salari più adeguati.

Tra cronistoria e autobiografia l’Autore, con la descrizione dei suoi ricordi, ci porta a vedere o rivedere un importante capitolo nella storia dell’emigrazione italiana del secondo dopoguerra che, specie all’inizio, molto risentì del clima fortemente a noi avverso in quanto accusati di essere stati, al pari dei Germanici e dei Giapponesi, responsabili della tragedia bellica solo da pochi anni conclusasi.

Nel volume, inoltre, vengono tratteggiati i nomi e le figure di quanti, come il Toppan, siano stati veri e propri precursori anti litteram di quell’ideale di giustizia sociale e di integrazione degli immigrati su cui fa perno la politica del “multiculturalismo”, concetto di cui allora non si aveva la minima idea.

Mi piace, infine, concludere riportando quanto edito dal già citato Georges Goyau a proposito di colui che emigrava: <[egli] sa difendere e far rispettare il suo paese. Diviene anzi il paladino della patria lontana e serba una gran parte del suo vigore per lottare in nome della sua nazionalità contro i tentativi di assorbimento>. Sugli emigrati, egli continua, <si potrebbe in certi limiti contare se l’onore del paese fosse in gioco, poiché essi conservano con tenacia il loro carattere d’italianità. In breve, […] essi hanno l’intima e tacita coscienza di lavorare alle oscure grandezze dell’avvenire; e nei loro occhi fieri scintillano, fugacemente, luminosità di sogno. Questi sogni inespressi, tutt’a un tratto turbati dalla sordida miseria, faranno forse la storia di domani>.

Con affetto

 

Dr. Achille Lamesi

 

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