Considerazioni sulla sagra

Categoria: sagra
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eugenio_maria_beranger Da alcuni anni a questa parte ho l’onore, oltre che il piacere, di partecipare alla Commissione Giudicatrice della Sagra della Crespella che, da circa quaranta anni, si svolge a Santa Francesca, località del Comune di Veroli prossima al confine con Sora, per iniziativa degli abitanti della frazione e su idea di don Giuseppe Ferrari e don Carmelo Pelaratti.

Devo essere sincero: quando gli amici di Santa Francesca proposero il mio inserimento nella Commissione rimasi indeciso se accettare o meno, non essendo abituato a mettermi in mostra, ma piuttosto, a lavorare nel silenzio e nel chiuso degli Archivi, delle Biblioteche e dei magazzini dei Musei.

 Superate le prime incertezze e perplessità accettai l’invito, peraltro per me inusuale, con l’entusiasmo del neofita. Si trattava, infatti, non solo di osservare con gli occhi attenti e critici i vari carri folkloristici ma di indicare anche il migliore, quello da premiare, momento questo per me molto difficile sia perché contrario alle competizioni se non meramente di carattere sportivo sia perché, avendo trascorso gran parte della vita nel mondo del volontariato culturale, ben conosco, in tali circostanze, l’impegno personale profuso, la fatica, la remissione economica nonché la mancata comprensione, da parte di gran parte dei cittadini, del lavoro svolto in favore della Comunità.

ciociare Davanti ai miei occhi, invero fin dal 1999, si offrì uno spettacolo originale, ricco di messaggi pluridirezionali e degno della massima considerazione da parte di chi, come il sottoscritto, batte da circa trenta anni il territorio di confine tra lo Stato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie.

I carri offrono ad una folla di intervenuti, che aumenta di edizione in edizione, la rappresentazione di momenti della vita della comunità locale dall’Ottocento agli inizi del boom economico articolati in quadretti nei quali la riproposizione del dialetto costituisce, dal punto di vista didattico, il messaggio più importante e pregnante.

Non è il caso qui di ripercorrere i temi delle vicende dei carri da me ammirati e che si sono ispirati agli aspetti più significativi della vita della contrada: dal mondo dei carbonai a quello dei pastori, dalla produzione delle tegole e dei canali alla cultura del “granone”, dal mondo dell’emigrazione alla “civiltà dell’asino” – il fedele amico dei nostri antenati degno di essere immortalato a Veroli in un bel monumento -, dal mondo della “frasca” ai tristi anni della tessera annonaria, dalla produzione delle ciocie all’artigianato del ferro. Sono i grandi temi della storia del Lazio meridionale che, essendo stati espulsi dal pensiero comunicativo che mira solo a rincorrere i vuoti sogni della cultura anglosassone imperante, rimangono, purtroppo, circoscritti al mondo degli studiosi.

Qui a S. Francesca, invece, riescono ad interessare un gran numero di persone che, osservando con curiosità e divertimento, queste scene animate così ben congegniate e ricche di particolari frutto di lunghe ricerche, rimembrano un passato frettolosamente o ingiustamente dimenticato o conoscono, per la prima volta, - e Scuola italiana quanto sei insensibile e colpevole al riguardo! – un mondo di appena ieri dal momento che, ad esempio, i pennacchi di fumo delle carbonaie erano ancora ben visibili, su molti settori dei Monti Ernici, agli inizi degli anni ’70 del cessato secolo.

In tale contesto un capitolo veramente singolare è poi quello rappresentato dal brigantaggio che, prima di Luigi Aloni – più noto come “Chiavone” il cui ricordo ritorna in tanti angoli della contrada – vedeva in questa zona indiscusso protagonista lo zio Valentino anch’egli legato, prima di darsi alla macchia, alla custodia dei boschi.

Il fenomeno del brigantaggio non può essere condannato a priori né glorificato come avvenuto recentemente da parte di alcuni studiosi; più semplicemente va compreso nelle sue vere e profonde cause, prima fra tutte l’estrema povertà di queste zone, la predominante cultura della violenza e, soprattutto, l’assenza o, nelle migliori circostanze, la latitanza dell’Autorità statale che non fosse quella repressiva impersonificata dai gendarmi, dai doganieri e dagli agenti fiscali.

Il lodevole lavoro finora svolto, frutto dell’entusiasmo di tanti appassionati cittadini – in molti carri sono presenti bambini di tre o quattro anni accanto ad anziani che rivivono, interpretandole, esperienze giovanili spesso molto tristi e dolorose- , ora non deve andare assolutamente disperso. E’ necessario che i filmati, le registrazioni sonore, gli eventuali testi scritti o gli appunti indispensabili per la realizzazione dei singoli carri confluiscano nell’auspicato Centro di Documentazione su Santa Francesca e siano inviati a Roma al Centro di Documentazione Regionale dell’Assessorato alla Cultura ed al Museo Nazionale delle Tradizioni Popolari.

Inoltre alcuni carri realizzati per la Sagra della Crespella potrebbero essere riproposti alla grande ribalta romana in occasione delle sempre più frequenti iniziative promosse dalla regione Lazio con lo scopo di valorizzare il patrimonio storico-artistico-demoantropologico delle aree periferiche regionali. E questo sarebbe il momento ideale per sviluppare il tema della balia verolana, la donna cioè della campagna di S. Francesca, di Scifelli, di Colle Berardi immortalata dalle foto di Franchi de Cavalieri che, con il suo abbondante, nutriente e sano latte, seppe allevare, crescere ed educare moltissimi infanti dell’Urbe.

Altre scene potrebbero essere dedicate alle cicoriare, alle venditrici di ciclamini, di violette o di spighetta che hanno punteggiato le strade di Roma fino agli anni ’60 del cessato secolo.

Una manifestazione del genere, oltre a costituire il doveroso e giusto riconoscimento per i numerosi ed oscuri protagonisti delle varie edizioni della Sagra, determinerebbe il rafforzamento dei legami con l’Urbe e favorirebbe anche la conoscenza di quel prodotto buono, semplice, gustoso e genuino quale è appunto la crespella.

Per concludere questo breve scritto un invito agli organizzatori della manifestazione: il sempre maggior successo della stessa rende improcrastinabili misure di maggior controllo dell’afflusso degli spettatori e una rigorosa transennatura dei limiti stradali. I responsabili dei carri, invece, devono maggiormente rispettare i tempi loro concessi nella fase di partenza, in occasione della sfilata e della realizzazione dei “quadri viventi”. Durante quest’ultimi, in particolare, devono essere banditi gli eccessivi individualismi ed i monologhi troppo prolungati a favore di una migliore visibilità e comprensione del tema prescelto.

 

Eugenio Maria Beranger

(Storico dell’Alta Terra di Lavoro)

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